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Pace: condizione naturale o conquista della civiltà?

La pace secondo la tradizione daoista è una condizione che si verifica quando gli essere umani sono in armonia con la natura e non è possibile crearla attraverso un atto di forza.

Francesco Russo - Spiralis Mirabilis Magazine - Arti marziali e cultura tradizionale cinese Francesco Russo - Direttore Spiralis Mirabilis, studioso, praticante e insegnante di arti marziali tradizionali cinesi
Pagina pubblicata in data 12 settembre 2026
Aggiornata il 13 settembre 2026

Hal 9000 - Riflessioni di filosofia e pensieri di un maestro di arti marziali

Il discorso di Klaatu

"Sto per partire, e mi perdonerete se parlerò in modo schietto.
L'universo si rimpicciolisce ogni giorno e la minaccia di aggressione da parte di qualsiasi gruppo, ovunque, non può più essere tollerata. Deve esserci sicurezza per tutti, o nessuno è al sicuro.
Ora, questo non significa rinunciare a nessuna libertà, tranne la libertà di agire in modo irresponsabile. I vostri antenati lo sapevano quando hanno fatto leggi per governarsi e hanno assunto poliziotti per farle rispettare.
Noi, degli altri pianeti, abbiamo accettato questo principio da molto tempo. Abbiamo un'organizzazione per la protezione reciproca di tutti i pianeti e per l'eliminazione completa dell'aggressione. La prova di qualsiasi autorità superiore è, naturalmente, la forza di polizia che la sostiene. Per i nostri poliziotti, abbiamo creato una razza di robot. La loro funzione è quella di pattugliare i pianeti in astronavi come questa e preservare la pace.
In materia di aggressione, abbiamo dato loro potere assoluto su di noi. Questo potere non può essere revocato. Al primo segno di violenza, agiscono automaticamente contro l'aggressore. La pena per provocare la loro azione è troppo terribile da rischiare. Il risultato è che viviamo in pace, senza armi o eserciti, sicuri di essere liberi da aggressioni e guerre. Liberi di perseguire imprese più... redditizie.
Ora, non pretendiamo di aver raggiunto la perfezione, ma abbiamo un sistema e funziona. Sono venuto qui per darvi questi fatti. Non è affar nostro come gestite il vostro pianeta, ma se minacciate di estendere la vostra violenza, questa vostra Terra sarà ridotta a una cenere bruciata.
La vostra scelta è semplice: unitevi a noi e vivete in pace, o proseguite il vostro attuale corso e affrontate l'obliterazione. Vi aspetteremo per la vostra risposta. La decisione è nelle vostre mani."

C'è una scena nel film di fantascienza Ultimatum alla Terra (1951) che, nonostante gli anni, continua ancora oggi a rivelare una profondità filosofica che non ci si aspetta in un film di questo genere.

Un essere venuto dallo spazio si rivolge agli esseri umani e pone loro una scelta netta: la pace o l'annientamento. Il messaggio, nella sua brutalità, nasconde però una domanda che le tradizioni di pensiero più antiche della Terra hanno affrontato da millenni: che cos'è davvero la pace? E la violenza — è un problema politico da risolvere, o qualcosa di più radicale, una frattura nell'ordine stesso delle cose?

La tradizione daoista offre a queste domande risposte che sorprendono per la loro attualità, e che si discostano profondamente da quelle che siamo abituati a frequentare nel pensiero occidentale.

Tre testi, in particolare, costituiscono il nucleo di questa tradizione e ne articolano le intuizioni fondamentali: il Daodejing (道德經 dào dé jīng) attribuito a Laozi, lo Zhuangzi (莊子 zhuāng zǐ) e il meno noto ma essenziale Neiye (內業 nèi yè) — il "Nutrimento interiore" — testo del IV secolo a.C. trasmesso all'interno del Guanzi (管子 guǎn zǐ) e considerato da molti studiosi, fra cui Harold Roth nella sua edizione critica del 1999, uno dei documenti più antichi del pensiero proto-daoista, anteriore nella sua formazione allo stesso Daodejing nella forma che ci è pervenuta.

L'universo come flusso, non come macchina

Il Daoismo parte da una premessa che rovescia la logica con cui comunemente pensiamo alla sicurezza e al conflitto. Il cosmo non è un insieme di entità separate che si contendono risorse e potere: è un flusso unico e continuo, il Dao — la Via — che permea ogni cosa e costituisce la trama invisibile di tutta l'esistenza.

Il Daodejing apre con una dichiarazione che è già un avvertimento epistemologico: "Il Dao che può essere detto non è il Dao eterno" (cap. 1, 道可道,非常道 dào kě dào, fēi cháng dào).
Non si tratta di misticismo evasivo: è l'affermazione che la realtà profonda del cosmo eccede qualsiasi sistema concettuale, qualsiasi legge scritta, qualsiasi istituzione umana.

Ogni tentativo di ridurla a uno schema fisso — compreso uno schema di sicurezza collettiva — porta in sé il germe del proprio fallimento.

Il capitolo 25 del Daodejing amplia questa visione cosmica: "C'è qualcosa di informe che si è compiuto prima del Cielo e della Terra. Silenzioso, vuoto, stabile e immutabile, che si muove ovunque senza mai esaurirsi: potrebbe essere la madre di tutto ciò che è sotto il cielo. Non conosco il suo nome: lo chiamo Dao" (有物混成,先天地生。寂兮寥兮,獨立而不改,周行而不殆,可以為天地母 yǒu wù hùn chéng, xiān tiān dì shēng. jì xī liáo xī, dú lí ér bù gǎi, zhōu xíng ér bù dài, kě yǐ wéi tiān dì mǔ).

Il Dao non è un principio astratto: è la realtà più concreta che esista, il substrato da cui tutto emerge e a cui tutto ritorna. Ogni essere ne è parte. Non come ingranaggio di una macchina, ma come onda di un oceano: distinta in superficie, indistinguibile in profondità.

Il Neiye sviluppa questa intuizione sul piano dell'esperienza interiore. La prima sezione del testo descrive il 精 jīng — l'essenza vitale, la forza sottile che permea ogni cosa — come qualcosa che "scende dall'alto come pioggia" e "sale come le acque scorrono verso il basso", presente dappertutto nel cosmo ma capace di dimorare nell'essere umano solo quando il cuore-mente (心 xīn) è in quiete.

La sezione quarta precisa: "Il Dao non ha una posizione fissa: nell'animo buono si stabilisce. Quando l'animo è quieto e il qi è regolare, il Dao può dimorare" (道乃可得 dào nǎi kě dé). L'essere umano non è separato dal flusso cosmico: ne è attraversato, ne è parte. Quando il cuore-mente è agitato da desideri, paure o impulsi aggressivi, il Jing abbandona il corpo e l'essere perde la sua connessione con la fonte della vita.

Questa non è metafora poetica: è una diagnosi precisa di ciò che accade alle civiltà che scelgono la violenza come strumento ordinario di relazione con il mondo. Si disconnettono dalla fonte. Non vincono: si svuotano.

La pace come stato originario, non come conquista

Il pensiero confuciano — e con esso buona parte della riflessione politica occidentale — tende a pensare la pace come un risultato da costruire: attraverso leggi, istituzioni, accordi, sistemi di deterrenza. La pace è un equilibrio da raggiungere e mantenere con fatica, un ordine imposto alla naturale tendenza degli esseri al conflitto.

Il Daoismo rovescia questa prospettiva con una radicalità che è difficile da assimilare pienamente. La pace non è qualcosa che si costruisce: è lo stato originario delle cose, la condizione naturale del cosmo quando nessuna forza artificiale la disturba.

Il Daodejing al capitolo 16 lo dice con straordinaria precisione: "Raggiungi il vuoto assoluto, mantieni la quiete integra. Le diecimila cose si muovono insieme: io osservo il loro ritorno. Le cose fioriscono ciascuna e tornano alla propria radice. Ritornare alla radice si chiama quiete. La quiete si chiama ritorno al proprio destino".

致虛極,守靜篤。萬物並作,吾以觀復。歸根曰靜,是謂復命
zhì xū jí shǒu jìng dǔ wàn wù bìng zuò, wú yǐ guān fù guī gēn yuē jìng, shì wèi fù mìng.

La pace, in questa visione, non è una conquista: è un ritorno. Come il fiume trova il mare senza deliberare e senza sforzarsi, così le civiltà che smettono di combattersi contro la corrente profonda dell'esistenza trovano in essa riposo e pienezza.

Questo concetto si esprime nel cuore del pensiero daoista attraverso il principio del 無為 wúwéi — tradotto solitamente come "non-agire", ma che sarebbe più preciso intendere come "agire senza forzare", "seguire il flusso naturale delle cose". Al capitolo 48 del Daodejing si legge: "Chi studia accumula ogni giorno; chi pratica il Dao riduce ogni giorno. Riduce e ancora riduce, fino ad arrivare al non-agire. Con il non-agire, nulla resta non fatto"

為學日益,為道日損。損之又損,以至於無為。無為而無不為
wéi xué rí yí wéi dáo rí sǔn. sǔn zhī yòu sǔn, yǐ zhí yú wúwéi. wúwéi ér wú bú wéi.

Il Wuwei non è passività: è la forma più alta di efficacia, perché non spreca energia nel resistere a ciò che non può essere fermato. Il capitolo 43 ne offre un'immagine ancora più incisiva: "La cosa più morbida del mondo cavalca attraverso la più dura. Il non-essere penetra là dove non c'è spazio. Da questo conosco il vantaggio del non-agire"

天下之至柔,馳騁天下之至堅。無有入無間,吾是以知無為之有益
tiān xiá zhī zhí róu, chí chěng tiān xià zhī zhì jiān. wú yǒu rù wá jiān, wú shí yǐ zhī Wuwei zhī yǒu yì.

Lo Zhuangzi porta questa idea su un piano ancora più radicale, attraverso il celebre racconto del cuoco Ding che smembra un bue seguendo gli spazi naturali tra le articolazioni, senza mai incontrare resistenza, senza mai forzare (Zhuangzi, cap. 3, "Il nutrimento della vita", 養生主 yǎng shēng zhǔ).

"Lavoro con la mente e non con gli occhi", dice il cuoco al principe Hui. "Seguendo il principio naturale, scivolo attraverso le grandi cavità o fessure secondo la struttura dell'animale. Un buon cuoco cambia il coltello una volta all'anno — perché taglia. Un cuoco ordinario lo cambia ogni mese — perché spacca."

È una parabola sull'armonia come metodo: non si forza, si segue. Non si impone, ci si inserisce. La pace non si costruisce: si abita.

Il Neiye contribuisce a questa visione con il concetto di 靜 jÍng — la quiete — come condizione necessaria per l'allineamento con il cosmo. La sezione settima del testo afferma: "Trasforma il tuo cuore-mente, raddrizza la tua postura, fa' fluire il tuo Qi, il Dao verrà da solo"

正心在中,萬物得度
zhèng xīn zài zhōng, wàn wú dé dú.

Non è la volontà che produce l'armonia: è la rettificazione interiore, la rimozione degli ostacoli — paura, collera, brama — che impediscono al flusso naturale di dispiegarsi.

La violenza come deviazione, non come peccato

Qui la prospettiva daoista mostra tutta la sua originalità. I maestri del Dao non condannano la violenza con discorsi etici, né la esaltano con l'orgoglio del guerriero. Non la collocano in una categoria morale — non è peccato nel senso religioso, non è crimine nel senso giuridico.

La vedono per ciò che è nella sua essenza: uno spreco, una deviazione dal corso naturale delle cose, una forza che si consuma nel disordine che essa stessa genera.

Il Daodejing al capitolo 30 è esplicito: "Chi usa il Dao per assistere il sovrano non usa le armi per imporre la propria forza al mondo. Tali azioni tendono a tornare indietro. Dove accampano gli eserciti crescono rovi e spine. Dopo le grandi guerre vengono gli anni di carestia"

以道佐人主者,不以兵強天下。其事好還。師之所處,荊棘生焉。大軍之後,必有凶年
yǐ dào zuǒ rén zhǔ zhě, bú yǐ bīng qiáng tiān xiá qí shì hǎo huán. shī zhī suǒ chǔ, jīng jí shēng yān. dà jūn zhī hòu, bì yǒu xiōng nián.

La violenza non è punita da un giudice esterno: genera entropia, disperde energia, disarticola relazioni, rompe gli equilibri che rendono possibile la vita. Porta in sé la propria conseguenza. Il capitolo 31 precisa ulteriormente: "Le armi sono strumenti di malaugurio; l'uomo di Dao non vi ricorre. [...] Anche il guerriero vittorioso osserva il rito funebre, perché ha ucciso molti uomini. Chi ha ucciso molti uomini deve piangere con dolore. La vittoria in battaglia si commemora come un funerale"

夫佳兵者,不祥之器,非君子之器,不得已而用之。[...] 殺人之衆,以悲哀泣之,戰勝以喪禮處之
fū jiā bīng zhě, bù xiáng zhī qí, fēi jūn zǐ zhī qí, bù dé yǐ ér yòng zhī. [...] shā rén zhī zhòng, yǐ bēi āi qì zhī, zhàn shèng yǐ sāng lǐ chǔ zhī.

Lo Zhuangzi approfondisce questa critica con il sarcasmo tagliente che gli è proprio. Nel capitolo 9, "I cavalli degli zoccoli" (馬蹄 mǎ tí), descrive come i cavalli, nel loro stato naturale, vivono in armonia con il paesaggio: mangiano erba, bevono acqua, si muovono liberamente, si strofinano l'uno all'altro. Poi arriva Bo Le, il maestro addestratore che li "migliora" con morsi, fruste, stalle, discipline — e molti cavalli muoiono di stenti o di paura. "Colui che sa governare il mondo non fa così", conclude il testo.

La violenza organizzata — compresa quella dell'educazione forzata, della civilizzazione imposta, della sicurezza gestita attraverso la coercizione — non è solo distruttiva: è anche radicalmente ingenua, perché crede di poter migliorare ciò che è già nella sua perfezione naturale.

Il medesimo capitolo 9 estende questa critica alla governance politica: "Nell'età della virtù perfetta gli uomini vivevano insieme con gli uccelli e le bestie selvatiche, in famiglie fraterne con le diecimila cose. Chi avrebbe mai parlato di gentiluomini e uomini comuni? Essendo tutti ugualmente privi di conoscenza, la loro virtù non si disperdeva. Essendo tutti ugualmente privi di desideri, vivevano in semplicità e candore."

La violenza, nella prospettiva dello Zhuangzi, nasce dalla separazione: dal momento in cui l'essere umano comincia a distinguersi dalla natura, a considerarsi superiore a essa, a volerla dominare, mette in moto una catena di conseguenze che porta inevitabilmente al conflitto.

Il Neiye affronta la questione da una prospettiva ancora diversa e complementare, quella della vita interiore. La sezione terza del testo insegna che le quattro condizioni che impediscono al Dao di dimorare nell'essere sono precisamente quelle che alimentano la violenza: "Gioia ed ira, tristezza e piacere, il Dao non ha dimora fissa" (喜怒憂患,道乃無處 xǐ nù yōu huàn, dào nǎi wú chù).

L'agitazione del cuore-mente — i desideri senza freno, la paura, la collera, l'impulso al dominio — non sono soltanto emozioni pericolose: sono condizioni che disperdono il Qi vitale e indeboliscono l'essere dall'interno. La sezione sedicesima precisa: "Quando sei capace di essere preciso e quieto, solo allora sarai capace di essere stabile. Con una mente stabile nel cuore, con occhi e orecchie chiari e acuti, puoi allora usarla per conoscere le diecimila cose"

能正能靜,然後能定。定心在中,耳目聰明。
néng zhèng néng jìng rán hòu néng dìng dìng xīn zài zhōng ěr mù cōng míng

La violenza, in questa luce, è prima di tutto un disordine interiore che si proietta verso l'esterno: una civiltà violenta è una civiltà malata nel suo cuore-mente collettivo.

Sicurezza e libertà: un paradosso risolto

C'è un apparente paradosso in qualsiasi proposta di sicurezza collettiva: per essere liberi dall'aggressione, bisogna rinunciare alla libertà di aggredire. Il Daoismo scioglie questo paradosso in modo elegante. La libertà di aggredire non è una libertà autentica: è la libertà di agire contro il proprio interesse profondo, di separarsi dal flusso che nutre la vita. Rinunciarvi non è una perdita — è un ritorno.

Il Daodejing al capitolo 8 offre l'immagine più celebre di questa idea: "Il bene supremo è come l'acqua. L'acqua giova a diecimila cose e non compete con nessuna. Si posa nei luoghi che tutti disprezzano. Per questo è vicina al Dao"

上善若水。水善利萬物而不爭,處衆人之所惡,故幾於道
shàng shàn ruò shuǐ. shuǐ shàn lì wàn wù ér bù zhēng, chǔ zhòng rén zhī suǒ wù, gù jī yú dào.

L'acqua non ha forma propria, non possiede nulla, non impone nulla — eppure nulla la ferma, nulla la esaurisce. Il capitolo 78 riprende e conclude questa immagine: "Nulla nel mondo è più morbido e cedevole dell'acqua. Eppure per attaccare il duro e il rigido nulla la supera. Nulla può prendere il suo posto. Il cedere vince il resistente, il morbido vince il duro"

天下莫柔弱於水,而攻堅強者莫之能勝
tiān xià mò ráu ruò yá shuǐ, ér gōng jiān qiáng zhě mò zhī néng shèng.

È il modello di un'esistenza che non consuma energia nel conflitto e per questo può nutrire tutto ciò che incontra.

Lo Zhuangzi nel capitolo 6, "Il Grande e Venerabile Maestro" (大宗師 dà zōng shī), racconta di esseri che hanno compreso la propria unità con il ciclo cosmico — nascita, trasformazione, morte — e per questo non temono né il potere né la debolezza, né la vita né la fine. Non perché siano diventati indifferenti, ma perché hanno smesso di vedere se stessi come entità separate in competizione con il resto dell'universo. Uno di loro, colpito da una malattia deformante, guarda il proprio corpo trasformato e dice: "Il grande modellatore è mirabile! Che cosa farà di me prossimamente? Mi trasformerà in un insetto del fango? Un fegato di gallo? Un braccio sinistro?" Non è cinismo: è la libertà radicale di chi non si aggrappa a nessuna forma particolare, e per questo non può essere minacciato da nessun cambiamento. La sicurezza autentica, per lo Zhuangzi, non viene dalla forza: viene dalla comprensione di non essere mai stati davvero separati da ciò che ci circonda.

Il Neiye, infine, chiude il cerchio con il concetto di de 德 dé — la virtù interiore, la potenza genuina che fiorisce quando l'essere è allineato con il Dao. La sezione quindicesima afferma: "Colui che trasforma completamente si chiama De. Colui che ottiene completamente si chiama De. De è l'ottenimento del Dao".

化育萬物謂之德
huà yù wàn wù wèi zhī Dé.

Questa presenza del Dao nell'essere non è un privilegio mistico: è la condizione di chi ha trovato la propria radice, e da quella radice agisce senza sprecare forze, senza infliggere danni inutili, senza confondere il potere con la violenza. La sezione diciassettesima lo sintetizza: "Tutti gli esseri viventi sono prodotti dalla quiete e nascono dall'assenza di forma. L'uso della quiete nutre il De"

凡物之精,此則為生。下生五穀,上為列星
fán wù zhī jīng, cǐ zé wéi shēng. xià shēng wǔ gǔ, shàng wéi liè xīng.

Conclusione: l'armonia come politica

La tradizione daoista non propone un'utopia. Non immagina un cosmo senza conflitti né una natura sempre benevola. Lo Zhuangzi stesso, nel capitolo 17 ("Il pieno autunno", 秋水 qiū shuǐ), è pieno di immagini di trasformazione, di morte, di divoratori e divorati: la civetta cattura il topo, il pesce grande ingoia il piccolo, e il saggio osserva tutto questo senza turbamento. Ma distingue con cura tra il conflitto che è parte del flusso naturale e la violenza deliberata che lo interrompe — tra la tensione che genera vita e la distruzione che la esaurisce.

Quello che il Daoismo offre, attraverso il Daodejing, lo Zhuangzi e il Neiye, è qualcosa di più prezioso di un sistema politico: è una diversa comprensione di cosa significhi essere al sicuro. Non la sicurezza come assenza di minacce tenute a bada dalla forza, ma la sicurezza come consapevolezza di appartenere a qualcosa di più grande che non può essere distrutto — il flusso del Dao, che tutto contiene e tutto supera. Una civiltà che abita questa consapevolezza non ha bisogno di costruire muri o eserciti per sentirsi al sicuro. Ha bisogno, semmai, di coltivare la quiete interiore di cui il Neiye parla nelle sue ultime sezioni, la fluidità dell'acqua di cui parlano i capitoli 8 e 78 del Daodejing, la libertà radicale di fronte alla trasformazione cosmica di cui parla lo Zhuangzi nel capitolo 6.

Sii come l'acqua. Non perché l'acqua è debole — ma perché è l'unica cosa che, senza mai combattere, raggiunge ovunque e non si esaurisce mai.

Apparato dei riferimenti

Daodejing, attribuito a Laozi, composizione tradizionalmente datata al VI-IV sec. a.C. Si citano i capitoli secondo la numerazione standard in 81 capitoli. Traduzione di riferimento per la versione italiana: Attilio Andreini e Maurizio Scarpari (a cura di), Il Tao. L'armonia del mondo, Mondadori, Milano 2011; Augusto Shantena Sabbadini, Tao Te Ching: un viaggio verso la luce, Urra, Milano 2016. Capitoli citati nell'articolo: 1, 8, 16, 25, 30, 31, 43, 48, 78.

Zhuangzi, attribuito a Zhuang Zhou, IV-III sec. a.C. I capitoli 1-7 costituiscono i cosiddetti "capitoli interni" (內篇 nèi piān), considerati il nucleo più antico del testo. Traduzione di riferimento: Burton Watson, The Complete Works of Zhuangzi, Columbia University Press, New York 2013; Liou Kia-hway, Opere di Zhuangzi, Adelphi, Milano 2018. Capitoli citati nell'articolo: cap. 3 (Yangshengzhu, "Il nutrimento della vita"), cap. 6 (Dazongshi, "Il Grande e Venerabile Maestro"), cap. 9 (Mati, "I cavalli degli zoccoli"), cap. 17 (Qiushui, "Il pieno autunno").

Neiye ("Nutrimento interiore"), testo del IV sec. a.C. trasmesso all'interno del Guanzi, capitolo 49. Edizione critica di riferimento: Harold D. Roth, Original Tao: Inward Training (Nei-yeh) and the Foundations of Taoist Mysticism, Columbia University Press, New York 1999. Il Neiye è composto di 26 sezioni in versi; si citano nell'articolo le sezioni 1, 3, 4, 7, 15, 16, 17 secondo la numerazione adottata da Roth.

Metti in pratica la vera conoscenza
實踐真知
shíjiàn zhēnzhī

Francesco Russo

NOTE SULLA TRASCRIZIONE FONETICA
Le parole in lingua cinese quando appaiono per la prima volta sono riportate in cinese tradizionale con la traslitterazione fonetica. A partire dalla seconda volta, la parola è riportata con il solo pinyin senza indicazioni degli accenti per favorire una maggiore fluidità della lettura dei testi.

BREVE PROFILO DELL'AUTORE
Francesco Russo, consulente di marketing, è specializzato in consulenze in materia di "economia della distrazione".

Nato e cresciuto a Venezia oggi vive in Riviera del Brenta. Ha praticato per molti anni kick boxing raggiungendo il grado di "cintura blu". Dopo delle brevi esperienze nel mondo del karate e del gong fu, ha iniziato a praticare Taiji Quan (太極拳tàijí quán).

Dopo alcuni anni di studio dello stile Yang (楊式yáng shì) ha scelto di studiare lo stile Chen (陳式chén shì).

Oggi studia, pratica e insegna il Taiji Quan stile Chen (陳式太極拳Chén shì tàijí quán), il Qi Gong (氣功Qì gōng) e il DaoYin (導引dǎoyǐn) nella propria scuola di arti marziali tradizionali cinesi Drago Azzurro.

Per comprendere meglio l'arte marziale del Taiji Quan (太極拳tàijí quán) si è dedicato allo studio della lingua cinese (mandarino tradizionale) e dell'arte della calligrafia.

Nel 2021 decide di dare vita alla rivista Spiralis Mirabilis, una rivista dedicata al Taiji Quan (太極拳tàijí quán), al Qi Gong (氣功Qì gōng) e alle arti marziali cinesi in generale, che fosse totalmente indipendente da qualsiasi scuola di arti marziali, con lo scopo di dare vita ad uno strumento di divulgazione della cultura delle arti marziali cinesi.

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